Ritorno a casa

Insourcing vs outsourcingAlla fine di ogni guerra c’e’ il momento del “ritorno a casa”. Sta succedendo cosi’ anche nel mondo manifatturiero? Stando ad una ricerca di Boston Consulting Group sembrerebbe proprio che una buona parte di coloro i quali si erano affrettati a portare intere produzioni nei paesi a basso costo della manodopera stiano facendo marcia indietro. Forse hanno finalmente deciso di guardare all’intera value stream dei prodotti, o forse, piu’ probabilmente, c’e’ un mix di pressioni politiche, economiche e sociali che porta a questa tendenza.
Questo fenomeno, contrario all’outsourcing, e’ chiamato insourcing, ma a me piace di piu’ una definizione che ho trovato in un articolo di CNBC:

Call it “re-shoring” or “rebalancing” or just “revenge”

E’ la vendetta del buon senso (finalmente)! Purtroppo in Italia siamo ancora nella fase precedente: speriamo che non passino i soliti 10 anni prima di seguire anche noi i trend lanciati dagli Stati Uniti…

Molte aziende americane stanno investendo in capacita’ produttiva negli USA. Per esempio:

  • Caterpillar ha investito 120 milioni di $ nella costruzione di una fabbrica a Victoria, in Texas, dove verranno assemblate alcune macchine che venivano realizzate in Giappone
  • General Electric ha investito 93 milioni di $ nel revamping di uno stabilimento in Indiana, preservando 700 posti di lavoro, e 80 milioni di $ in un impianto in Kentucky salvando altri 400 posti di lavoro
  • Whirlpool ha deciso di costruire un nuovo stabilimento da 200 milioni di dollari in Tennessee (1.500 posti di lavoro), ed e’ solo una parte del piano di investimento in USA, pari a 1 miliardo di $

 

Purtroppo in Italia siamo ancora nella fase opposta: stiamo esportando capacita’ produttiva nei paesi a basso costo vicini a noi (Europa dell’Est, Turchia), impoverendo la nostra struttura manifatturiera (che e’ la spina dorsale di un paese industriale) e rendendo estremamente inefficienti tutte le catene del valore. Vogliamo creare il valore per il cliente in un posto lontano migliaia di km dal cliente stesso, e poi ci stupiamo pure quando ci rendiamo conto che le vendite, la qualita’ e gli utili non sono quelli che pensavamo. Per non parlare del time to market…

Qualche anno fa, quando e’ iniziata la moda di andare a produrre nei paesi a basso costo, molte grandi aziende si sono subito lanciate, nell’illusione di ridurre i costi. Successivamente, anche le medie (e ora le piccole) hanno pensato che fosse ineluttabile seguire la stessa strada. Purtroppo, nel medio e lungo periodo questa strategia e’ perdente perche’ bisogna fare i conti con i problemi che, in nome dell’utile immediato, erano stati trascurati:

  • Lunghi (anche lunghissimi) tempi per lo startup della produzione
  • Impegno intensivo di risorse interne (perdipiu’ quelle con maggiore esperienza)
  • Costi logistici e di trasporto (in continuo aumento), inclusi i costi dei magazzini intermedi (i primi sprechi che solitamente vengono eliminati analizzando le value stream)
  • Difficolta’ nel raggiungere livelli qualitativi accettabili e stabiita’ della produzione
  • Difficolta’ nel risolvere i problemi dovuti alle differenze culturali e i problemi comunicativi
  • Inesorabile aumento del costo medio della manodopera (in maniera proporzionale al livello di industrializzazione)

 

Per poter inseguire un obiettivo di breve periodo (il miglioramento di una sola delle componenti di costo) hanno completamente tralasciato tutto il resto, e si sono dovuti confrontare con l’aumento del costo totale (full cost) e con il conseguente deterioramento degli indici di bilancio: un peggioramento di tutti gli indicatori di medio periodo, e un influsso sicuramente negativo su quelli di lungo.

Ora tornano sui propri passi, ma avranno capito la lezione? Ne dubito, ma occorre essere ottimisti.

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